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Quando la paura del terrore è essa stessa terrore

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esercito colosseo
Il Colosseo presidiato dall'esercito

Ogni giorno, per andare da un ufficio all’altro, passo tra mitra e mezzi corazzati. Ogni giorno, mi trovo davanti un Colosseo mai visto. Un Colosseo che porta indietro di 74 anni, in uno scenario simile a quello della resistenza del 43’.
È abitudine ormai. Com’è routine guardarsi bene intorno, trovarsi il cuore in gola a ogni movimento difforme e prendere qualunque mezzo stando in allerta.
Capita, inoltre, di pensare e dire cose che fino a qualche anno fa non ti avrebbero mai sfiorato la mente o meglio ancora la bocca. Tipo: “Ho comprato i biglietti per il concerto di Nick Cave a mio padre, speriamo bene”. “Ho i pass per il Golden Gala, ci vado?”
Poi, incappi in situazioni da film com’è successo stamattina. Ti alzi a Termini per aggiudicarti un posto vicino la porta e tentare di scendere alla fermata successiva, giri la testa e ti accorgi di avere a 5 centimetri una presenza enigmatica. Occhi appena percettibili, velo nero fino le caviglie e mani nascoste all’interno, che smanettano dentro un qualcosa rettangolare legato all’altezza del ventre.
Provi a non farti suggestionare. Non vuoi farti suggestionare, fino a quando ti volti verso il passeggero davanti e lo trovi con gli occhi fuori dalle orbite in modalità “Urlo di Munch”. Lo fai ancora e vedi labbra tremolanti, la tua vicina che inizia a prendere il vetro a pugni e urla che vorrebbero uscir fuori qua e la.

Non è confusione semantica, è panico oppresso, intrinseco. Quello che non vuoi vedere tutti i giorni, ma che è sempre lì dietro l’angolo. Dietro alla vittoria che, purtroppo, diffondendo tutto questo sotto sotto si sono portati a casa.


Due minuti diventano una vita. La stessa che ti comincia a passare davanti, mentre lotti contro i sintomi dell’attacco di panico e dell’infarto fulminante. Nel frattempo quasi ti odi e lo fai per diverse ragioni: a partire dalle convinzioni che ti hanno spinta a non postare mai link o stati sugli attentati, fino alla complicità che ti sembra di regalare a chi fa della strategia del terrore il suo punto di forza.
Eppure è inevitabile, naturale. Non è confusione semantica, è panico oppresso, intrinseco. Quello che non vuoi vedere tutti i giorni, ma che è sempre lì dietro l’angolo. Dietro alla vittoria che, purtroppo, diffondendo tutto questo sotto sotto si sono portati a casa.

 

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