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Roma Colosseo: ode alla “tredicesima fermata”

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roma coloosseo stazione metro

Dal capolinea a Colosseo sono 13 fermate.
25 minuti di piedi pestati, capelli tirati e aria pesante.
Non si arriva mai.
Quando si arriva, però, cambia tutto. Non soltanto perché ci si riappropria del proprio corpo.
Basta scendere 3 scalini, guardare avanti e aprire bene le orecchie: “Oh my God”, tra i turisti che vedono per la prima volta l’Anfiteatro Flavio, inizia a echeggiare ovunque.
Succede tutte le volte, a qualsiasi ora e i pochi romani, puntualmente, iniziano a scambiarsi sguardi di orgoglio e complicità.
Alcuni la chiamerebbero “provincialità”. Sociologicamente, però, andrebbe vista più come una forma d’oblio quotidiana. Una sfumatura d’intensa dolcezza che, se pur banale, per un attimo azzera tutto il nero legato all’amministrazione, le aziende pubbliche e la noncuranza generale.
È pura sopravvivenza. Pelle d’oca connessa alla bellezza e non, in via del tutto eccezionale, al disgusto.

Basta scendere 3 scalini, guardare avanti e aprire bene le orecchie: “Oh my God”, tra i turisti che vedono per la prima volta l’Anfiteatro Flavio, inizia a echeggiare ovunque.


Pasolini ne “Il pianto della scavatrice” scrisse: “Povero come un gatto del Colosseo stretto ogni giorno in un autobus rantolante: ogni andata, ogni ritorno era un calvario di sudore e di ansie.”
Mettiamola così: nella Capitale la tredicesima fermata non è solo l’accostamento tra il gatto pasoliniano e la gatta morta della Raggi. A Roma, la tredicesima fermata è una terapia karmica. È saggezza offuscata che tende a rimuovere i pensieri minacciosi e il ricordo dei troppi parassiti che hanno tentato di rubarci la bellezza dello stupore.

Namasté.

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